la sushibarista

Blogger: ladyR

Non prendertela se ti considerano mezzo scemo. Si vede che ti conoscono soltanto a metà. -tiziano sclavi-

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pesce vecchio
Il Magazzino del Sushibar
Un posto che nasce per stivare tutto quello che al ristorante non si vuol servire, citazioni, inutilità, topi, chiacchere dei camerieri e pisolini dei cuochi dai grembiuli sporchi.

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mangiatori di sushi
mangiato *loading* volte
venerdì, 16 maggio 2008
Prima o poi.

Niente, per dire che si possono anche usare parole stupidotte per concetti poco stupidotti.
Un colpo di tosse, schiariamo la voce ed ecco cosa ne vien fuori.


affettato da: ladyR alle ore 22:40 | Link | commenti (5)
lunedì, 12 maggio 2008
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(Le nuvole sotto di me sembrano foglie di ninfea in uno stagno.
Nel mezzo, uno spicchio di luna.
Molto più in basso i colori dei campi coltivati si incastrano tra loro come listarelle di parquet sul pavimento di una bella casa.)

Non riesco a scrivere in questi giorni.
Lassù,  uno che è capace, mi suggeriva di scrivere mela nel cielo che vola e poi cade e si sfracassa.
E’ vero sai, è questa la tecnica. Per combattere l’horror vacui.
Mmm.
I pensieri mi arrivano a sciami senza darmi l’opportunità di selezionarli, di acchiapparne qualcuno per la coda e di osservarlo quanto basta.

Vorrei parlare dello star bene, del vedere quello che ti immaginavi prendere forma, vorrei descrivere me che cammino da sola per Amsterdam, dei gamberetti spiaccicati per terra, del venditore di biciclette, dell'imparare come si dice iosononataal'aja, di che cos’è un melamino.

Ma ora c’è il silenzio della mia casa, La Mia Sorella che mangia svogliata un tortellino, una valigia piena come me, da svuotare, dopo.
affettato da: ladyR alle ore 18:21 | Link | commenti (8)
lunedì, 05 maggio 2008
Lunedì pomeriggio.

Woodstock. Voglio dire, in tutto e per tutto sembra Woodstock. Io li ho visti i documentari. Lo so come deve essere stato. E ora io ci sono seduta in mezzo. Ma mica volevo io, eh, io stavo brucando dell’insalata in cucina, quando una coinquilina mi ha chiesto vieniconmechevadoadunfestival.
E io che sono in periodo che non so dire di no dico: certo, coinquilina, andiamo. Ma mi porti tu, che io ho la ruota sgonfia della bici.

Non ho mica capito bene come mai voleva che io saltassi sulla bici in corsa. Forse aveva paura di cadere, o non so, ma io all’inizio ero interdetta, con lei che mi diceva jumpjump. Beh, so anche saltare su una bici in corsa, non sono ancora mutata completamente in nerd. Avevo uno sguardo misto tra il soddisfatto e  il gioioso della morte scampata, una volta poggiate le chiappe sul portapacchi. Prossima lezione: attacco alla diligenza.

E quindi mi ritrovo seduta su un asciugamano in mezzo ad un prato a pochi passi da un palco con della gente che grida una sorta di rap fiammingo. Mah.
Intorno a me ci sono le amiche della coinquilina, bianchissime, biondissime e, per onestà di cronaca, mica per altro, tutte culone. Non si dica che son tutte così belle qua (nota di gelosia? Nota di gelosia, me la si conceda).
Quasi tutti i ragazzi sono senza la maglietta e gli aliti nell’aria sanno fortemente di birra. Sono le due del pomeriggio e il sole splende alto nel cielo terso, fa caldo, ma caldo che sembra estate piena e questi già sono ubriachi.

Suddenly it’s summer, penso tra me e me, mentre rispondo a domande distratte su chi sono che faccio e che voglio.
Suddenly, io non me ne sono accorta nemmeno questa volta.

Gli occhi azzurri di una delle ragazze lì vicino sono dello stesso colore del cielo.
La osservo quell’attimo in più che basta per strapparci un vicendevole sorriso.
Nota per la prossima vita: avere gli occhi dello stesso azzurro del cielo.

Comunque sono scappata dopo un po’. Il tempo di ringraziare tutti e prodigarmi in ampi inchini ridanciani. Ho preso un tram sperando che nessuno mi chiedesse il biglietto che non avevo. A dirla tutta ho provato a comprarlo ma non ho capito come si doveva fare, quindi ho  passato il resto del viaggio a pensare quale drammatica scenetta avrei potuto mettere in piedi per giustificarmi. Insomma anni di teatro finalmente utili. Ruolo scelto: la bambina italica perduta. Facilissimo.

Ma non è servito, nessun controllore. Forse qua sono tutti così onesti che i controllori non esistono  nemmeno. Qui ci si ubriaca, si, ma si paga il biglietto.

Scendo davanti alla stazione e cammino verso casa. Il sole mi bacia in faccia. Baci forti, appassionati.
Le mamme passano coi bambini nel cestino. I ragazzi hanno un cane al guinzaglio. Manca la casetta in Canadà e poi c’è tutto. Cinguettano pure gli uccelletti tra i rami. Un gatto fulvo mi guarda e poi scappa tintinnando in un cespuglio.
Certe volte sembra facile. Ma magari lo è.
affettato da: ladyR alle ore 19:46 | Link | commenti (11)
venerdì, 02 maggio 2008
Einmal ist nicht keinmal.

Il sole qui è un concetto passeggero. Ogni tanto c’è, ogni tanto non c’è.
Seduta a questa scrivania fatta di luce, scrivo mail a personaggi con nomi pieni di consonanti, poi chiudo gli occhi solo per un attimo e schiaccio invio.
L’autostima, come il sole, va e viene, e ci sono momenti di cui penso che il lavoro che ho fatto in questi anni poi possa servire effettivamente a qualcosa, degli altri no.
Una serie infinita di coincidenze mi hanno portata a sedere su questa sedia ora, sedia che tra l’altro è esattamente dello stesso modello di quella che ho a casa mia, e dalla quale molte cose sono iniziate.

Il farmacista aveva poi invitato i musicisti a cena e aveva chiesto all’ascoltatrice sconosciuta di unirsi a loro. Da allora Beethoven era diventato per lei l’immagine del mondo dall’altra parte, del mondo che lei agognava. Mentre portava dal bancone il cognac per Tomás, cercava di leggere in quella coincidenza: com’era possibile che, proprio mentre stava portando un cognac a quell’uomo sconosciuto che le piaceva, sentisse Beethoven? Non certo la necessità, bensì il caso è pieno di magia. Se l’amore deve essere indimenticabile, fin dal primo istante devono posarsi su di esso le coincidenze, come gli uccelli sulle spalle di Francesco d’Assisi.*

Ho l’impressione che l’aria sia più leggera da qui, e una boccata mi faccia circolare il sangue più velocemente. La mia capacità di adattamento mi fa sembrare di essere in questo posto da sempre. Ogni giorno mi sveglio con la sfida con me stessa di imparare come si dice pane, come si dice hosonno, di come si dice nograzieilsacchettocel’ho.
Respira a fondo, salta, salta di nuovo, salta con la voglia di cadere, con la voglia che ti spuntino le ali e tutto vada assolutamente, indiscutibilmente meglio di come avevi sperato.

Chi tende continuamente “verso l’alto” deve aspettarsi prima o poi di essere colto dalla vertigine. Che cos’è la vertigine? Paura di cadere? Ma allora perché ci prende la vertigine anche su un belvedere fornito di una sicura ringhiera? La vertigine è qualcosa di diverso dalla paura di cadere. La vertigine è la voce del vuoto sotto di noi che ci attira, che ci alletta, è il desiderio di cadere, dal quale ci difendiamo con la paura.*


Son tempi strani questi, lasciatemelo dire.

*Milan Kundera, “L’insostenibile leggerezza dell’essere”.
affettato da: ladyR alle ore 16:15 | Link | commenti (6)
martedì, 29 aprile 2008
Unni, legnetti e sushi.

(Non sembriamo due ricchi turisti in vacanza. Io ho i pantaloni che toccano per terra tutti sdruciti. Lui ha la giacca sporca di grasso di bicicletta. Ho un foulard lucido in testa che mi dà un’aria vagamente anacronistica. E poi dai. Io non dimostro più di 16 anni, vuoi che se la prendano con una ragazzina? In un Paese tanto civile? Certo il suo sacchetto pieno di tecnologia. Ma no dai. Non si può finir sgozzati per un amplificatore da 40 euro.)

Sto pensando tutto questo mentre tre olandesi dalla fluente parlantina sono seduti al tavolino di fronte a noi. Tavolino che loro stessi hanno portato, perché il patio del pub è così pieno che noi due eravamo riusciti a conquistare soltanto una panchina di ferro biposto, e null’altro.

Si sono avvicinati brandendo le tre gambette di ferro con su un ripiano rotondo, sopra il quale poggia un gioco di legnetti che li faceva ridere un bel po’, risate tanto grasse da attirare la nostra attenzione.

Volete giocare?

Vogliamo giocare, certo, mai più si dice di no e si fa la parte di quelli che non accettano legnetti dagli sconosciuti.

Ci raccontano un sacco di cose, questi tre strani discendenti degli Unni. Due portano gli occhiali e hanno magliette molto più grandi delle loro rispettive pance pasciute di birra. L’altro invece è tarchiatello vestito da tanghero, tutto in nero, con scarpe appuntite e una camicetta lucida ed attillata, con i tre bottoni del fondo che si aggrappano stretti alle asole, con l’ombelico che fa da imparziale spartiacque.

Il tanghero d’improvviso ci informa che loro stanno andando a casa sua (indica uno dei due occhialuti), che lui ha promesso loro sushi stasera. A riprova della veridicità delle sue affermazioni da sotto la sedia tira fuori una bottiglia  di sake, ancora inscatolata, aperta, si, ci spiegano, per accertarsi che fosse veramente sake, e non acqua di colonia.

Andiamo?

Mentre stiamo camminando verso casa di questo, che si scopre essere un programmatore – sguazzando nel più classico stereotipo del nerd occhiali, capelli che toccano le spalle, maglietta nera molle – mi chiedo fra me e me quante possibilità c’erano che tra tutto quello che si può cucinare a sto mondo, e sono tante cose cose, eh, da poter cucinare, proprio il sushi.

I programmatori sanno cucinare sushi? Sanno cucinare sushi, ve lo dico io che di acquari tramortiti ne ho mangiati parecchi.

Dallo stereo escono i Rammstein, i System of a Down, rido con i due occhialuti saltellando e cantando whenangelsdeservetodie, perché ad aver a che fare con tanti snowboarder va a finire che poi certe canzoni siano delle tappe obbligate.
E suona sempre strano che una col foulard in testa possa conoscere gridi tanto selvaggi, eppure.
Mentre ondeggio per il salotto uno dei due mi guarda dall’altro e sorridendo e dice youaresolittle! Io sorrido e penso, bellomio, io non sono mica la moglie di Obelix e per un attimo mi immagino che sia un complimento.
Il tutto sfocia nella musica techno, son pur sempre Unni, e noi comiciamo a guardarci pensando che s’è fatto tardi, che magari è ora di andare a casa.
Ringraziamo tutti, loro sorridenti ricambiano i saluti e dopo poco siamo di nuovo in sella alla bicicletta, che per me è più un risciò, e l’aria della sera mi tocca di striscio mentre sono aggrappata alla schiena.

Siamo vivi. C’è ancora una parte di umanità che è così, che funziona in modo semplice.
E’ bello incrociarla ogni tanto.

Uh.



Ps. Stasera qui tutti festeggiano in compleanno della regina, che è domani, e da giorni vendono ogni sorta di gadget patriottico o con la bandiera o arancione. Staremo a vedere.
affettato da: ladyR alle ore 11:06 | Link | commenti (6)
giovedì, 24 aprile 2008
Volevasi segnalare la ripresa di attività del magazzino del sushibar. Che perdigiorno che sono, eh?
affettato da: ladyR alle ore 18:06 | Link | commenti (1)
mercoledì, 23 aprile 2008
Le mattine necessarie.





Uno dei migliori monologhi di sempre, "Grazie" di Pennac.
E' per tenere viva quella fiammella, che a volte la si perde di vista.

Io ho preso un biglietto di sola andata, e vado via venerdì.
Ma torno eh, si si, che ho ancora cose da sistemare, qua.
E' che avere l'impressione di non avere una data di scadenza sul fondo, mi fa sentire bene.
Un bricco di latte a lunga conservazione.

Ci si rilegge da più a nord.
affettato da: ladyR alle ore 11:26 | Link | commenti (6)
sabato, 19 aprile 2008
Or ora

C’è un momento in cui si smette di chiedere il permesso. Non si deve più dire alla mamma dove si va, se si può uscire o meno. C’è  un momento preciso in cui non lo si fa, e da quel giorno in poi, mai più. Chissà quand’è stato che è successo a me.

Niente, era solo per dire.

Sono disoccupata. E come la maggior parte dei disoccupati passo gran parte della giornata ad angosciarmi sui più svariati argomenti, primo tra i quali il futuro, sia quello semplice che quello anteriore.
Mando mail nel solito Paese sotto il livello del mare, e sono così presuntuosa ed arrogante, da declinare tutti i lavori che mi vengono offerti qua.

Perché per qualche ragione che non conosco, qui potrei lavorare domani. Subito. Nessun problema.

Ma sono ad un punto, il punto del niente, in cui tanto vale fare scelte radicali, togliersi il dubbio che da un’altra parte sia meglio che qui, che da un’altra parte io non mi debba sforzare per stupirmi davanti alla bellezza.
Che qua faccio una lotta, per essere contenta, che è una proprio una lotta.
E poi diciamola tutta. L’ho detta a troppe persone, sta cosa che vorrei andare via.
E tu? Ah, io penso di andare via. Io? Si si, parto.

Quindi le opzioni che ho davanti sono due.
La prima è impegnarmi, mettere il gatto nella gabbietta e andarci davvero, via.
La seconda è comprare tantissime provviste e non uscire di casa per un anno, rispondere al telefono dicendo che scusamasonoall’esterocisentiamosuskype e mandare un paio di cartoline con qualche stratagemma, tipo pagare un messo in loco che le imbuchi.
Non ho nemmeno scelto una località caraibica, quindi niente problemi di abbronzatura, di statuette souvenir e di treccine orrende fatte in spiaggia.

Ma sono pigra. E non mi riescono bene le bugie, che sistematicamente dimentico.
Quindi io mando mail, voi incrociate le dita, valà.
affettato da: ladyR alle ore 20:26 | Link | commenti (17)
martedì, 15 aprile 2008
Ponti piccoli.

Non scriverò niente in merito alle elezioni e al tempo di migrare.

Non incollerò le righe che ho scritto dopo che sabato sera ho visto sempre le stesse facce, con lo stesso bicchiere in mano, a parlare di niente, con gli sguardi opachi patinati di calcare.

Invece dirò che io mi affeziono.
A dei cantanti, a degli scrittori, a degli artisti.
Tipo a Dave Eggers, io credo proprio di volergli bene.
Mi pare di conoscerlo, che se lo chiamassi per chiedergli di andare a bere un tè insieme non ci sarebbe niente di male.

Taavi indicò una piccola fabbrica davanti a noi, a circa cinquecento metri.
“Lavoravo lì durante l’estate.” Il suo inglese era migliore di quello di Hand.
“Proprio lì?”
“Si. Io… costruiamo ponti.”
“Qui?” chiesi io. “Costruiscono i ponti proprio lì?”
“Si.”
Quel posto non aveva l’aria di essere sufficientemente grande, per la verità.
“Ma è come una fabbrica. Fate saldature?”
“Un po’.”
“Per cui c’è una fabbrica molto grande.”
“Non molto grande. Ponti piccoli.”
Se questo era vero – che ci sono fabbriche che producono ponti grandi e altre che fanno quelli piccoli – allora la mia vita era più ricca, i suoi piaceri più intensi. Anche Hand registrò coscienziosamente questa informazione.

- Conoscerete la nostra velocità, Dave Eggers.

Sono i colori che si toccano quando sono vicini sulla tavolozza.
E’ questa capacità che mi affascina delle persone.
E' che sono in pochi, quelli che riconoscono l'importanza dei ponti piccoli.
affettato da: ladyR alle ore 10:21 | Link | commenti (15)
venerdì, 11 aprile 2008
Music 'n' work.



In sere come queste, ringrazio l’esistenza di due cose.
La musica e il lavoro.

In quest’ordine.

Lo stereo sputa le note della colonna sonora di Juno, di Soko e di Kate Nash.
Dentro al monitor ci sono punti di ancoraggio di tracciati vettoriali da sistemare.
La stanza è illuminata solo dalla lampada sulla scrivania, e una tazza di tè raffigurante una foto in bianco e nero di Elvis lascia un cerchio roseo sulla lacca bianca.
Conosco persone che per domare la rabbia, il fastidio puliscono o fanno ordine.
Non è il mio caso, io sono una disordinata inguaribile e senza speranza.
Ma fare grafica è come ripulire, lucidare, rendere bello qualcosa.
Dare una forma armoniosa ai caratteri, con il dorso della mano che scivola sulla tavoletta grigia, mi fa scivolare via i nodi che mi pesano in gola.

Ed invece di pagare uno psicologo c’è perfino qualcuno che paga me.
Son fortune.

When I'm working on a problem, I never think about beauty. I think only how to solve the problem. But when I have finished, if the solution is not beautiful, I know it is wrong. - R. Buckminster Fuller
affettato da: ladyR alle ore 19:17 | Link | commenti (7)